Oltre l’indifferenza per conquistare la pace

Anche quest’anno, il primo gennaio si è svolta la Marcia della Pace, da Caionvico al convento francescano di Rezzato.

L’appuntamento è per le ore 14:00. Più di un migliaio di persone con le bandiere della pace, simbolo dell’opposizione non violenta a tutte le guerre, o con sciarpe arcobaleno confluiscono quasi in sordina davanti alla chiesa di padre Kolbe.

In una manciata di minuti il piazzale è pieno. Mai vista tanta gente tutta insieme nel nostro quartiere! Si parla quasi sottovoce, ci si saluta, si formano gruppetti, si commenta la giornata non troppo fredda. Certo, non è stato male neanche l’anno in cui abbiamo marciato con la neve e neanche quando abbiamo camminato con gli ombrelli: ormai abbiamo una storia, essendo questa la undicesima nostra marcia.

Il tragitto è Caionvico – Botticino – Rezzato – Convento Francescano di Rezzato.

Facciamo nostro lo slogan della marcia Perugia-Assisi del 25 settembre 2011:
«Camminiamo insieme contro la morte per fame, la corruzione, l’illegalità, le mafie, le dittature, la censura, le guerre, il traffico delle armi, il terrorismo, la violenza, il razzismo, lo sfruttamento, l’indifferenza, l’individualismo, il consumismo».

Camminiamo insieme a chi sta lottando per la libertà e la democrazia.

Camminiamo insieme agli amici e diventiamo amici di quelli che camminano con noi, ritroviamo persone che non vedevamo da tempo perché siamo sempre troppo occupati.

Snoccioliamo e condividiamo i nostri problemi quotidiani, ma, passo dopo passo, abbiamo anche modo di riflettere sulla condizione esistenziale dell’uomo: ci sentiamo al centro del mondo, ma ci sentiamo anche tragicamente soli, incapaci di comunicare con i nostri simili; lasciamo spesso che la speranza lasci il posto alla delusione.

Oggi ricorre la quarantanovesima Giornata Mondiale della Pace e i nostri pensieri sono a tema, supportati anche dagli interventi di Lino Molinari (Tavola della Pace Brescia Est), Walter Muchetti (Assessore del Comune di Brescia), Davide Giacomini (Sindaco del Comune di Rezzato) e Paolo Rabaioli (Assessore del Comune di Botticino), Franco Valenti(Presidente della Fondazione Piccini), Padre Giambattista del Convento Francescano e don Fabio Corazzina, parroco della parrocchia di Santa Maria in Silva a Brescia.

La ricorrenza, istituita da Paolo VI e celebrata per la prima volta il 1° gennaio 1968, ha lo scopo di dedicare il giorno di Capodanno alla riflessione e alla preghiera per la pace: tradizionalmente il Pontefice della Chiesa cattolica invia ai capi delle nazioni e a «tutti gli uomini di buona volontà» un suo messaggio.

Don Fabio Corazzina ci ha guidati a una rilettura dei punti salienti del messaggio di papa Francesco: «Vinci l’indifferenza e conquista la pace».

L’indifferente è colui che chiude il cuore per non prendere in considerazione gli altri, colui che chiude gli occhi per non vedere ciò che lo circonda o si scansa per non essere toccato dai problemi altrui.

Ognuno di noi è invitato a fare dell’amore, della compassione, della solidarietà e della misericordia un vero programma di vita, uno stile di comportamento utile nella relazione con gli altri.

La cultura del benessere rischia di renderci insensibili ai bisogni degli altri. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, un altro che è sempre vissuto come distante, diverso. Anche se la sua sofferenza è a pochi metri da noi, anche se i suoi occhi piangono per i suoi figli, come noi non possiamo pensare di piangere per i nostri.

Occorre che ci lasciamo rigenerare per vincere l’indifferenza che impedisce la solidarietà, occorre che ci rendiamo disponibili, avvicinandoci alle nostre parti fragili, e che ci lasciamo immergere in questo oceano della misericordia.

Don Fabio ci ricorda i temi proposti da Papa Francesco che potrebbero essere occasione di riflessione per l’agenda politico-sociale-educativa a livello universale: migliorare le condizioni dei detenuti e dei carcerati scegliendo rieducazione e pene alternative, abolire la pena di morte, ripensare le legislazioni sulle immigrazioni, dare terra, lavoro e casa a tutti, valutare la questione femminile nel lavoro, migliorare le condizioni di vita dei malati, rinnovare le relazioni con gli altri popoli affinché si realizzi la fraternità anche all’interno delle nazioni.

I nostri “perché” si devono trasformare in “per chi”: noi ci muoviamo per le persone a cui teniamo; ci sono un sacco di “perché” che giustificano politiche, economie, religioni profondamente violente. E non riconoscono più i “per chi”.

Sembrano esistere luoghi nei quali la guerra è accettabile.

Gino Strada, chirurgo di guerra, uno dei fondatori di Emergency, impegnato da anni su diversi fronti di guerra, scrive alla figlia Cecilia:

«Venendo qui abbiamo fatto il nostro dovere ed è stato utile. In questi mesi abbiamo lavorato molto, rattoppato ferite, ma non ho visto giustizia in questi mesi, né pietà; non ho visto ragione né umanità. Sarò sempre contro la guerra perché non sarei capace di vivere pensando a te in mezzo all’orrore».

Papa Francesco scrive che le ingiustizie, le guerre, le persecuzioni che hanno caratterizzato il 2015 si sono tanto moltiplicate da assumere le fattezze di quella che potrebbe definirsi «la terza guerra mondiale a pezzi»; ci esorta però, alla luce di alcuni avvenimenti, a non perdere la speranza nella capacità dell’uomo di superare il male e a non abbandonarsi alla rassegnazione e all’indifferenza.

Le intenzioni sono alte, noi ci proponiamo di fare, pensare, sentire di più e diverso, con più autenticità.

Non ci riusciremo, forse. Non del tutto, di sicuro. Ma dobbiamo partire.

Lo dobbiamo a noi stessi, perché non possiamo chiamarci fuori.

Lo dobbiamo ai nostri genitori che hanno conosciuto la guerra, tanto da non riuscire più a raccontarla, ma ancora e ancora a ricombatterla di notte.

Lo dobbiamo ai nostri figli e ai nostri nipoti, a cui abbiamo amorevolmente insegnato che potevano non pensare alla guerra perché sarebbe stata sempre di qualcun altro. E lo dobbiamo a tutti i figli del mondo.

«La speranza appartiene ai figli. Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso».
(M. Mazzantin, Vento al mondo)

Rosalba Savoldi

Condividi:

Ultimi Articoli:

Iscriviti alla Newsletter